La storia

Gli studi del Dott. Felix Boczkowski

Nonostante in Europa si tratti di una delle scoperte più recenti, in realtà i benefici del sale, furono scoperti nel 1843 da un medico Polacco, il dottor Felix Boczkowski che decise di effettuare degli studi che potessero confermare una teoria che stava sempre più prendendo piede: la teoria sosteneva, che gli operai impiegati nelle miniere di sale presentavano una salute migliore non solo dei colleghi che operavano in miniere di carbone, ma anche nella media della popolazione dell’epoca. Già in quel periodo si conoscevano gli effetti benefici “dell’aria di mare” sulla salute delle persone, ma non era stata effettuata alcuna ricerca anche per gli ovvi limiti che la scienza di allora presentava, ne sulla differenza tra iodio positivo e negativo, ne sulla concentrazione necessaria di particelle di questo elemento, per ottenere un miglioramento di determinate patologie respiratorie.

L'uso del sale nell'antica Grecia

L’uso terapeutico del sale marino e del salgemma era ben noto agli antichi greci, che avevano rilevato che l’ingestione di cibi salati aveva un effetto sulle funzioni basilari del corpo quali la digestione e l’escrezione (urina e feci), e quindi sul sistema umorale che si credeva controllasse lo stato di benessere o di malattia del corpo stesso. Di conseguenza il sale divenne parte della farmacopea antica. I medici della scuola ippocratica fecero largo uso del sale nella loro terapia: rimedi a base di sale servivano quali espettoranti; la miscela di acqua, sale e aceto veniva usata quale emetico; una mistura composta di due terzi di latte di mucca e un terzo d’acqua salata presa la mattina a stomaco vuoto poteva curare le malattie della milza; unito al miele veniva applicato localmente per curare ulcerazioni gravi; l’acqua salata veniva infine usata contro le malattie della pelle e per eliminare le lentiggini. Ippocrate prescrive anche inalazioni di vapore di acqua salata per le infiammazioni delle vie respiratorie. Altrettanto importante era l’uso terapeutico del sale estratto dalla spugna marina tramite un processo di abbrustolimento e polverizzazione (spongia usta). L’uso della spugna arrostita è già attestato in Cina nel 1600 a.C.n. quale rimedio contro l’infiammazione (gozzo) di quella ghiandola che nel 1656 Thomas Wharton chiamerà tiroide per via della sua somiglianza ad uno scudo greco. Fu però il grande medico Claudio Galeno colui che tramandò all’Occidente l’uso della spongia usta. Secondo Galeno (che su questo si era sbagliato) la tiroide serviva a lubrificare la laringe e la spugna arrostita aveva il potere di stimolare la tiroide che, umettando la laringe, poteva prevenire le infiammazioni alla gola e l’ingrossamento della ghiandola stessa. È interessante il fatto che Johann di Bockenheim nel suo Registrum Coquine presenti una ricetta in cui la spugna viene imbevuta di latte di mandorle e brodo e poi tostata in una specie di spiedo – senza dubbio verticale, come usa ancora in molti paesi – fino a quando il latte non si condensa. Una volta condensato si taglia la spugna a metà e si continua a girare lentamente la pasta di mandorle che si è formata fino a quando non è completamente cotta. Questo alimento, scrive il nostro cuoco, erit bonum pro meretricibus. La spongia usta non fa più parte della farmacologia “ufficiale,” ma è ancora comunissima nella medicina alternativa.